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La salvezza di una risata: Paolo Rossi giullare della crisi

Articolo del 21.09.2011 - Scritto da civicovenezze in Associazioni | Eventi | Notizie

SAN MARTINO DI VENEZZE – La comunità di San Martino saluta il suo amato ex cappellano don Giuliano Zattarin, dopo due giorni di incontri per festeggiare il suo 40esimo anniversario di cammino sacerdotale, cominciato proprio nel lontano settembre del 1971 nel paese in riva all’Adige. A celebrare il noto prete attualmente missionario in Brasile nella parrocchia di Condeuba de Bahia, sono intervenuti nel pomeriggio di sabato monsignor Luigi Bettazzi, padre Giorgio Poletti e Ivana Monti per conludere in serata con lo spettacolo dell’istrionico comico Paolo Rossi.
Un giullare dissacrante e instancabile, tecnica raffinata da imprese di palcoscenico e innato talento di improvvisazione. L’incanto di Paolo Rossi non ha schieramenti né bandiere: è solo frutto del bisogno che l’uomo ha della comicità, soprattutto quando la crisi è profonda e i problemi sono oltremodo seri.
Lo spettacolo che ha concluso le serate dedicate al 40esimo anno di sacerdozio di Don Giuliano Zattarin, organizzate dal Teatro 99 di Pezzoli, in collaborazione con il movimento Libera-Mente, l’associazione culturale “San Martino”, il Comune e il supporto della Protezione civile, volto a raccogliere fondi da devolvere alle comunità brasiliane dove opera don Giuliano è stato un attacco al potere politico e cattolico reso con libertà e coraggio, vero lusso di un comico. Perché la risata, dice Rossi, “apre la mente, allarga le coscienze, allenta i conflitti”. Per assurdo più le cose van male, più ci sarà da ridere: così nella “Preghiera del Comico”, recitata nell’intervento, l’attore prega Dio che continuino ad esistere sopraffazioni, ingiustizie, violenze per garantirgli il mestiere.
Un mestiere di lontanissimi origini, nato con il potere, suo gemello ma mai suo servo. “Una volta c’era il giullare e c’era il re”, ha esordito Rossi, “ora il re vuol fare tutto”.
La verità svelata da una battuta non risparmia nessuno, e nella sua tagliente giustizia è un manifesto di democrazia.
E allora si scherza su tutto, anche sulla Chiesa, che dovrebbe “convertire i Cattolici al Cristianesimo”, concentrando l’attenzione “più sulla lotta contro le mafie che quella contro la sessualità”. Sono consigli sfrontati, lanciati dal comico fra rapide passeggiate sul palco, davanti ad un pubblico divertito.
Ma è l’amarezza il lato oscuro del dovere di giullare. Così, mentre l’attore narra di inscenare l’attraversata del lago di Garda da Peschiera a Salò con un barcone di immigrati africani – per dimostrare che anche chi non abita a Lampedusa non è immune dall’emergenza profughi – dipinge l’immagine di Gesù come un “clandestino nato dopo un infanticidio” e accusa la censura dei morti sul lavoro, la chiusura dei teatri come declino della cultura, la corruzione politica quale offesa alle coscienze.
Per concludere lo spettacolo, come un deus ex machina, arriva infine una lettera del Presidente del Consiglio che chiede a Rossi di aiutarlo a diventare un comico professionista, suo desiderio segreto. Propone compensi da capogiro, promette posti nell’aldilà, conclude dicendo che seppur divisi dalla politica sono uniti negli acciacchi che inevitabilmente la vecchiaia porta con sé.
La vita livella, la storia presenta i conti a tutti. Basta solo prendersi tempo: tempo per pensare, tempo per sognare, ma soprattutto tempo per ridere delle nostre ridicole presunzioni.

Fonte: La Voce di Rovigo

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